Gary Cooper


Gary Cooper ha avuto un unico nemico, nella sua carriere ventennale, un nemico che non ha mai davvero sconfitto, ma al quale ha saputo sempre tenere nobilmente testa: la macchina da presa. Il suo obiettivo, per chi lo sottovalutava (come talvolta succede agli attori teatrali sporadicamente coinvolti in una presa cinematografica), è capace di trasformarsi nel boia più spietato. Può cambiare un leggero sorriso in un ghigno, un semplice gesto in una pantomima, un’espressione intensa in una smorfia ridicola. A Coop (il nomignolo con cui divenne altrettanto famoso) bastava poco per catturare l’attenzione e l’amore dello spettatore. Un luccichio d’occhi, un lieve incresparsi delle labbra rendevano inutili pagine di dialogo, un incurvarsi o un alzarsi di spalle suggerivano coraggio e determinazione. Coop era il più possibile se stesso, e si limitava ad “indossare” il personaggio esteriormente, quasi fosse un costume. Soltanto un altro nome del firmamento hollywoodiano può essere paragonato a lui, nel modo naturale di proporsi alla cinecamera: Greta Garbo. La Divina appariva tanto distaccata e riservata sullo schermo da spingere il regista Ernst Lubitsch, che li diresse entrambi, a dichiarare che Cooper e la Garbo non avevano mai fatto un film insieme perché, in realtà, “erano la stessa persona”. Probabile che tale impermeabilità nascondesse una frustrante ansia di piacere agli spettatori, un desiderio febbrile nutrito dalla convinzione che, per centrare quel fatidico obiettivo, era indispensabile esibirsi senza trucchi, con sincerità estrema.

Frank Cooper, inglese purosangue, nacque il 7 maggio 1901, secondo frutto dell’unione tra il padre Charles, avvocato di Birmingham emigrato nel montana, e la madre Alice, una ragazza di buona famiglia del Kent, tutta decoro e tè delle cinque. Lady Alice insistette per dare ai figli Frank ed Arthur un’educazione all’insegna del più puro English Style. Tornata in Inghilterra proprio con questa intenzione, iscrisse i figli ad una scuola di perfetti gentiluomini, i due rampolli, allevati nel West e vestiti come si usava fare nel Grande Paese, furono subito bollati come “selvaggi” e maltrattati dai compagni con la uzza sotto il naso. In seguito allo scoppio in Europa della Prima Guerra Mondiale, i Cooper tornarono però in America, dove la temibile Alice si rassegnò a spedire Frank ed Arthur – azzimati e abbigliati, stavolta, come imponeva la “moda” dei severi istituti anglosassoni – nelle scuole del Nuovo Mondo. Ma i replicanti di Tom Sawyer e dei monellacci alla Huck Finn, tutti maniere spicce e modi rudi, specialmente nei riguardi dei damerini, ci misero poco a riempire di botte i due Piccoli Lord e a strappar loro di dosso i “vestiti della festa”. Dopo essere stato disastrosamente sconfitto nei suoi due tentativi di proporsi al mondo degli altri, la voglia di piacere e la pura di essere respinto resero il giovane e già allampanato Frank un timido di poche balbettanti parole e facile al rossore, al quale non restava che rassegnarsi alla vita solitaria e noiosetta del ragazzo di campagna.

Per sua fortuna (e anche per quella di noi spettatori), un brutto incidente stradale lo attendeva al varco. Un incidente da cui uscì con un’anca rotta, spingendo paradossalmente il suo medico a consigliargli come rimedio di cavalcare il più possibile… Anche se le tracce di questa frattura non sarebbero mai sparite completamente, perseguitandolo per l’intera esistenza, il giovane si appassionò ai cavalli tanto da conquistarsi il titolo, conferitogli dai colleghi di scuderia, di “miglior cavaliere del Montana”. Il sogno impossibile di Frank Cooper, nutrito con passione e speranza per molti anni, era quello di diventare caricaturista o vignettista politico. Ma pur dividendo volenterosamente il suo tempo fra il recinto dei quadrupedi ed il tavolo da disegno, il futuro divo non aveva per i pennelli lo stesso talentaccio che dimostrava per i corridori a quattro zampe. Arrivato il momento ineludibile in cui ogni sognatore deve guadagnarsi finalmente da vivere, le idee erano poche, poche ma confuse. Tutti i quotidiani da lui contattati respinsero le sue dilettantesche prove di cartoonist satirico, e le prospettive per il futuro erano grigie, se non addirittura nere. Due amici, che si erano trasferiti in California per lavorare nel cinema ed erano tornati in vacanza nel loro Montana, raccontarono al Nostro che un bravo cavallerizzo come lui avrebbe potuto guadagnare bene facendo lo stunt-man nei film western. Cooper pensava che qualsiasi attività legata allo spettacolo non fosse un lavoro serio, e a tale convinzione restò fedele anche quando era ormai una star affermatissima: “Fare l’attore è davvero un modo sciocco di guadagnarsi da vivere!”, non esitava a dichiarare nelle interviste.

Partecipò a numerosi western muti: cadde da cavalli fermi e al galoppo, balzò da diligenze inseguite dagli indiani, rotolò nel fondo di burroni irti di rocce, sognando, un giorno dopo l’altro, alla stregua dei suoi acrobatici compagni di peripezie, che qualcuno lo notasse e lo promuovesse di grado. A ribattezzarlo Gary fu un’amica talent-scout, che lo consigliò di impegnare i sudati risparmi (sessantacinque dollari), racimolati rischiando la vita, per realizzare un provino “autopromozionale” in cui veniva ripreso al galoppo su un destriero in corsa, fissando con aria di sfida un’invisibile pubblico. Il regista Henry King mostrò il suddetto provino al produttore Samuel Goldwyn. “Perlomeno sa cavalcare”, fu il verdetto del tycoon. Iniziò tutto da quel parere svogliato. Cooper entrò sotto l’ala protettrice della Paramount e, dopo un periodo intensissimo di studi, lezioni di recitazione, allenamenti fisici, corsi di dizione, portamento, bon-ton e chissà quante altre diavolerie ritenute necessarie da un megastudio che vuole plasmare il suo divo, si vide consegnare finalmente le prime “Ali” per spiccare il volo.

“Ali”, diretto nel 1927 da William A. Wellman, è ritenuto un indiscusso capolavoro dei warmovies. Dedicato agli assi dell’aviazione americana nella Prima Guerra Mondiale, vedeva Coop in una parte di contorno, ma gli riservava un’uscita di scena memorabile (una morte eroica che da sola simboleggia tutto il film), sicché il ricordo della sua presenza restò comunque impresso nella mente degli spettatori. Da allora, lo Studio decise di sfruttare al massimo quel nuovo talento, affidandogli una marea di film di tutti i generi possibili: western, avventurosi, sentimentali, biografici, melodrammatici, fra i quali spiccano vuoti a perdere, tutti girati nel 1928, quali Nido d’amore, Lo sciabolatore del Sahara, Naufraghi… nell’amore, L’idolo del sogno. Una vera e propria catena di montaggio, in grado di fiaccare anche il fisico più forte! A volte, al povero Coop poteva anche toccare la fortuna di essere diretto da un grosso calibro come Victor Fleming, che, nel western La canzone dei lupi (1929), portò in piena luce per la prima volta il sex-appeal dell’attore. E fu sempre Fleming, uno che sapeva come si crea un divo “incatapubblico” (e lo avrebbe dimostrato in seguito, firmando una “cosetta” intitolata Via col vento!), a fornirgli un titolo importante: The Virginian (1929), seconda versione cinematografica (la prima, targata 1914, è di Cecil B DeMille), della novella di Owen Wister, un classico della narrativa di Frontiera uscito nel 1902 e considerato, non a torto, il primo esempio di “western adulto”. Il Virginiano è un laconico cowboy senza nome talmente incorruttibile da far impiccare il suo miglior amico rivelatosi un ladro di cavalli. The Virginian, cui va il merito di essere il primo film sonoro di Cooper, anticipa alcune tematiche che ritroveremo in Mezzogiorno di fuoco (1952), culmine della maturità dell’attore: il protagonista lasciato solo di fronte al pericolo, la sfida finale da affrontare proprio il giorno del matrimonio, il codice d’onore che impone di andare fino in fondo, anche quando la strada porta verso la morte.

Un altro genio del cinema come Josef Von Sternberg, volendo girare con Cooper “marocco” ( una sorta di remake americano, in chiave esotica, dal suo capolavoro L’Angelo Azzurro), decise di coinvolgere l’attore in un ruolo diverso dal solito. Pur non amando la natura del personaggio affidatogli (un soldato debosciato e seduttore che fa impazzire d’amore la mangiatrice di uomini Marlene Dietrich), Cooper, guidato al millimetro dal volubile regista, si sforzò di calarsi nella parte, riuscendo ad essere credibile. Certo, il pubblico abituato al Gary Cooper di sempre rimase spiazzato; eppure, Marocco fu il film che salvò dal fallimento la Paramount. E lo stesso Cooper si ripromise di non accettare mai più ruoli così equivoci: “D’ora in avanti, voglio interpretare storie credibili che non si scontrino con l’immagine che la gente ha di me”, dichiarò con fierezza. C’era una gran voglia di western in questa evidente dichiarazione di intenti, che fu subito accontentata con Il fuciliere del deserto, noto anche come L’ultima carovana (1931), di Otto Brower. Tratto da un celebre romanzo di Zane Grey, Carovane combattenti, narra le peripezie di un fuciliere di scorta ad una carovana di pionieri in viaggio verso la costa californiana. Poi, la solita routine schiavistica ricominciò. Fino a quando non arrivò Frank Capra, il poeta dell’ottimismo “all american”, deciso ad avere Cooper in uno dei suoi classici: È arrivata la felicità! (1936). Nelle vesti di un ingenuo giovanotto che ha appena ricevuto un’ingente eredità, Cooper si guadagnò la sua prima nomination all’Oscar e divenne un’icona intoccabile. Gary era l’Americano Medio così come l’Americano Medio sognava di essere: un portabandiera della moralità, onesto, umile, senza paura, fiducioso nel futuro e rispettoso dei diritti altrui. Da quel film in avanti, Gary Cooper sarebbe diventato GARY COOPER! Qualcosa di più di un semplice attore: un Esempio, un Eroe, un Mito…

Nel 1937, Coop si mise al servizio di Cecil B. DeMille per interpretare una figura-chiave della Frontiera, Wild Bill Hickcok, ne La Conquista del West, dove fornisce un ritratto epico, ma storicamente poco attendibile, del noto pistolero che qui ha per amico un elegante Buffalo Bill e rifiuta stoicamente l’insistente corte di una Calamity Jane insolitamente belle e delicata (a darle il volto era l’ex fotomodella Jean Arthur). Nel 1940, per l’accoppiata Cooper – DeMille si presenta un’occasione assai ghiotta: raccontare la sanguinosa insurrezione scatenata dai meticci e dagli indiani, sotto la guida del leader politico mezzosangue Louis Riel, nel Canada del 1885. Inoltra, il munifico e dispendioso produttore-regista aveva intenzione di girare la prima pellicola in technicolor della storia di Hollywood. Per un’operazione così importante c’era bisogno di un Divo: ed ecco che salta fuori in nostro Gary nel ruolo di Dusty Rivers, un Ranger del Texas in trasferta fra le foreste del Nord, sulle tracce di un assassino coinvolto nella rivolta. W. Howard Green, Giubbe Rosse replica il successo al botteghino ottenuto dal primo western realizzato dal duo. Ora che poteva scegliersi i registi, Cooper esaudì il desiderio di lavorare con William Wyler, accettando di recitare un ruolo secondario. E visto che, secondo Wyler, non esistono ruoli insignificanti, ma soltanto attori insignificanti, Cooper si presta volentieri a fare da spalla all’anziano Walter Brennan, in L’uomo del West (1940), biografia dell’imprevedibile giudice Roy Bean, che fruttò a Brennan un meritatissimo premio Oscar.

A rafforzare la leggenda di Coop contribuiscono poi titoli di culto come Beau Geste (1939), di William A. Wellman, e, nel 1941, Per chi suona la campana, di Sam Wood, Arriva John Doe, di Frank Capra, e Il sergente York, di Howard Hawks, biografia dell’eroe della Prima Guerra Mondiale Alvin C. York, in origine pacifista a oltranza e obiettore di coscienza, ma che, una volta vestita la divisa, uccise trentacinque mitraglieri tedeschi e catturò centotrentadue prigionieri nelle Argonne (la parte del bellicoso sergente procurò a Cooper il primo Oscar per l’interpretazione). Insieme a questi gioielli (ne sarebbe bastato uno solo per far alzare la cresta a qualsiasi altro attore di Hollywood) vanno annoverate anche produzioni meno riuscite, ma che non passarono inosservate al botteghino: per esempio, Le avventure di Marco Polo, noto anche come Uno scozzese alla corte del Gran Khan (1938), di Archie Mayo¸ La dama e il cowboy (1938), di Henry C. Potter, un western-commedia decisamente dimenticabile; La storia del Dottor Wassel (1944), di DeMille. Fu negli anni della maturità che Coop raggiunse il culmine sia come attore che come divo internazionale (negli anni Cinquanta, durante un viaggio in Italia, partecipò ad una puntata del seguitissimo programma televisivo Il Musichiere, interpretando uno sketch in cui ironizzava sulla sua fama di duro del West con il bonario conduttore Mario Riva). E proprio sotto il segno del western arriva un tripletta di film, girati uno dietro l’altro, classici sempreverdi come Tamburi lontani (1951), di Raoul Walsh, La maschera di fango (1952), di André DeToth, ma soprattutto Mezzogiorno di fuoco (1952), diretto da Fred Zinnemann. Questa pellicola, sceneggiata da Carl Foreman, sembra fatta apposta per esaltare le qualità cooperiane: Will Kane è l’anziano sceriffo di Hadleyville, giunto all’ultimo giorno di servizio, sposato da poco con una bella e virtuosa quacchera e prossimo bersaglio della vendetta di quattro fuorilegge che aveva fatto finire in prigione. Kane dovrebbe fuggire, ma il suo senso dell’onore glielo impedisce. Sebbene tutti i concittadini, moglie compresa, lo abbandonino alla sua sorte, l’uomo dalla stella d’oro è costretto ad affrontare questa impresa fatale da solo, pronto a morire coraggiosamente come ha sempre vissuto. Lo vediamo avviarsi, sperduto e austero nella main-street deserta, verso la sfida finale che ha luogo proprio nell’orario indicato dal titolo.

Dopo un ennesimo western senza infamia e senza lodo, Il prigioniero della Miniera (girato in Messico nel 1954, dal veterano Henry Hathaway), Cooper rimase sul posto per Vera Cruz, di Robert Aldrich. Lo scoppiettante filmone che lo vede accoppiato con Burt Lancaster può essere considerato una delle principali fonti d’ispirazione per il futuro fenomeno del western all’italiana. Le star incarnano due simpatici mercenari, un giovane cinico e violento (Lancaster) e un anziano ex aristocratico ufficiale (Cooper, sempre ripreso dal basso verso l’alto, in segno di rispetto per il mito), a capo di un mucchio selvaggio di pittoresche carogne, in cerca di oro e di avventura nel Messico sottomesso dall’imperatore austriaco Massimiliano. La performance gigionesca di Lancaster viene sconfitta dalla recitazione di Coop, ormai preda di un male ben peggiore del cronico mal di schiena che lo tormentava. Non è un caso che, per l’ultima stagione della sua carriera, Cooper abbia scelto ruoli leggermente atipici, volendo dimostrare, una volta per sempre, di essere un attore vero. E bisognava dire che non aveva torto. La sua bravura e la sua intensità erano cresciute, e, pur continuando a sembrare “uno che non faceva nulla”, la sua esperienza era ormai tale da permettergli di muoversi sotto le vesti più disparate: un austero predicatore, ne La legge del Signore (1956), di William Wyler, un maturo seduttore, in Arianna (1957), di Billy Wilder; un uomo politico travolto dall’amore per una ragazzina in Un pugno di polvere (1958), di Philip Dunne; un industriale sospettato di omicidio, ne Il dubbio (1961), di Michael Anderson. Ma è con il nostro genere preferito che Coop spara le cartucce finali. In Dove la terra scotta (1958), di Anthony Mann, impersona l’antieroico Link Jones, un ex bandito redento e deciso a cambiare vita, che si vede però costretto a tornare sulla strada del male dai membri della sua vecchia banda. Ne L’albero degli impiccati (1959), di Delmer Daves, è Joe Frail, un medico che, negli anni della corsa all’oro nel Montana, riscatta la colpa di avere ucciso la moglie, prendendo sotto la sua tutela una giovane cieca; in Cordura (1959), di Robert Rossen, è Thomas Thorn, un ufficiale alla guida di una spedizione punitiva nel Messico di Pancho Villa, disposto a sacrificare la vita altrui per riscattare l’accusa di vigliaccheria che macchia il suo passato. Sul set di questo film, Coop diede il massimo, impegnandosi senza controfigura in scene rischiose e faticosissime per un uomo malato qual era.

Nel 1961, Hollywood organizzò una festa in onore della sua carriera. Tutti – attori, registi, produttori – gli andarono a rendere omaggio, anche se, dietro i loro sorrisi e i loro applausi, c’era l’amara sicurezza che il Mito se ne stava andando. Cooper, sorridendo, disse soltanto poche parole, simili a quelle pronunciate nel film L’idolo delle folle (1942), biografia del campione di baseball Lou Gehrig, diretta da Sam Wood. “Oggi sono l’uomo più fortunato del mondo”. I suoi aficionados, pur vedendolo sempre più emaciato e debole, sembravano voler ignorare la verità: un Eroe del suo calibro, scampato sullo schermo a mille pericoli, non poteva arrendersi. Anche se altri attori, da James Stewart a Henry Fonda, hanno incarnato, nei sogni degli spettatori, l’Americano Medio, nessuno è mai stato amato e rispettato quanto lui. Ma la realtà vinse una volta per tutte la sua partita. Gary morì il 14 maggio 1961. Un quotidiano di New York annunciò la sua scomparsa, scrivendo in prima pagina: “Dove sei, Gary Cooper, ora che abbiamo bisogno di te?”. Nella fantasia dei westernofili dell’intero pianeta, Coop continua comunque a cavalcare, sicuro e sereno, lungo gli immortali sentieri della Frontiera, come nella sequenza iniziale di Vera Cruz, con la quale Robert Aldrich volle rivolgergli il suo ultimo cerimonioso saluto, sottolineandola con la scritta: “Alcuni uomini cavalcano da soli”.

Gli uomini veri, come Frank “Gary” Cooper!


WOLF
alias: Shatka Hota & Tex Fanatico & Aquila Solitaria




di Maurizio Colombo, tratto da: “Tex, almanacco West”, anno 2003